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domenica 14 ottobre 2012

Le parole splendono nei discorsi di Aloe



Io non mi occupo spesso di recensioni, pur essendo una lettrice e una scrittrice. Trovo sempre difficile commentare ciò che qualcuno ha scritto in onestà e sincerità, anche se partecipo a salotti letterari, dibattiti sui social e presentazioni di nuove opere. Perché a volte mi è difficile trovarli quei due attributi indispensabili per me, e allora mi defilo, oppure non leggo, tutto qui. Ma di recente ho scoperto (meglio tardi che mai dirà qualcuno…) Giuseppe Aloe, finalista per l’edizione 2012 del Premio Strega con La logica del desiderio (Giulio Perrone Editore) e l’ho scoperto attraverso la lettura di un suo libro precedente: “Lo splendore dei discorsi”.

Voglio cominciare col dire che non racconterò il romanzo, lascio il piacere di scoprirlo al lettore. Voglio raccontare cosa mi ha trasmesso, citandone solo alcune tematiche, è inevitabile. 

Aloe affronta il dolore, quello di una perdita, da un punto di vista nuovo, quello della “schadenfreude” pulsione verso il male altrui. Quindi non rassegnazione, non rabbia, non disperazione, ma una reazione che segue l’istinto umano più profondo, e per questo più vero. Quando ci sentiamo responsabili del nostro dolore,  non lo possiamo accettare. La pulsione verso il male è come una condivisione. Io soffro ma non sono colpevole, quindi devo condividere questa sofferenza, devo vederla riflessa in qualcun'altro. Una sorta di esorcismo. E per questo il protagonista diventa un killer. Ma non c'è superficialità nel suo uccidere, non c'è freddezza. Solo lo stupore dell'accorgersi che concentrarsi sulla costruzione di un omicidio lo può distrarre.

Ora, il racconto scorre fluido, leggero, quasi che il linguaggio intenzionalmente “aereo”, come lo definisce Cappelli, serva a togliere peso alle vicende narrate, che di peso ne hanno, eccome.  L’uso superbo del dialogo indiretto e diretto rende tutto più distante, come se Aloe volesse farci percepire, attraverso lo stile narrativo, quello stesso mondo ovattato del protagonista, un’atmosfera velata attraverso la quale sbirciare le altrui nefandezze, per non riconoscerci, per non ritrovarci. Ma ci sono, convivono in noi, assieme al bene c’è sempre la sua antitesi, anima bianca e anima nera che, per un’improvvisa mancanza del cuore possono sovrapporsi e annullarsi, lasciando emergere le pulsioni, distorsioni della melodia che però è là, c’è sempre, pronta a riemergere.

E a farla riemergere è lo splendore dei discorsi leggeri, quelle chiacchiere amene che a volte non hanno uno scopo, un perché, ma che sono senz’altro la testimonianza di un’umanità semplice e viva, presente. E sono quei discorsi che riportano il protagonista a una realtà armoniosa, che rappresentano per lui la risposta all’angosciante perché del suo destino  ormai compiuto. I discorsi che si fanno in treno (si facevano), tra sconosciuti, come racconto in un mio recente articolo qui, o quelli delle sale d’aspetto. Il chiacchiericcio  degli anziani ai giardinetti durante una partita a carte, o quelli di una signora gentile che ci prende per mano, ci fa accomodare e ci offre un caffè. Pause, momenti colorati, luminosi appunto, che possono rischiarare il buio che avvolge un’anima perduta nel suo lato oscuro.

Aloe mi ha commossa con questo libro, e so che continuerà a farlo, perché ha un linguaggio speciale, senza “fronzoli”, che arriva diretto al cuore e non ne esce, non lo lascia più.

Lo splendore dei discorsi - Romanzo
Autore: Giuseppe Aloe
Editore: Giulio Perrone Editore
Pubblicazione: Giugno 2010
Prezzo: € 15,00
ISBN: 978-88-6004-159-3

Sed
 

giovedì 4 ottobre 2012

Il treno come la vita, un discorso leggero...


Immagine presa da qui

Il treno ha sempre avuto la capacità di suscitare in me emozioni contrastanti. Mia madre mi racconta quando da bambina, sfollata in campagna per la guerra, percorreva chilometri di sentieri impervi col fratello maggiore per arrivare fino al mare, all’alba, e vederlo passare. E quando si fermava a quella piccola stazione in mezzo al nulla era tutto un turbinio di scambi commerciali e di notizie, di fretta, con l’urgenza di sapere e concludere prima che il macchinista fischiasse che era ora di rimettersi in viaggio. E i due bambini restavano lì, a vederlo andar via sferragliando, con la sensazione che in quel treno fosse racchiuso il segreto del loro futuro incerto. Anni dopo ne avrebbero preso uno che li avrebbe portati verso il loro destino da adulti, ma in quel momento i loro sogni piccoli volavano sulle ali di una fantasia libera e sfrenata.

Io ne ho presi e ne ho visti di treni. Quello che mi riportava a casa per le vacanze durante gli studi universitari era il più bello, e non per la destinazione, ma per il percorso. Si viaggiava di notte e, a volte, ci volevano dodici ora per andare da Roma fino a Cirò, ma erano ore d’avventura e silenzi, ore di chiacchiere sottovoce e d’incontri, quegli incontri tra sconosciuti dove le anime e i cuori si aprono, tanto è solo per quella volta, e poi chissà…Che è quello che succede nella vita poi, un viaggio che per un breve o lungo tratto facciamo in compagnia, regalandoci emozioni libere da impegni e per questo più vere. Almeno così dovrebbe essere.

Ho visto un treno a Cuba, nella regione di Santa Clara, fermo in mezzo al nulla dai tempi della Revolution. Lo fermò Che Guevara e da allora sta lì, a testimoniare eventi che hanno cambiato il corso della storia e della vita di un intero Paese. Non riesco a guardarlo più di tanto quando ci vado, non riesco a salirci come fanno tutti quei turisti pseudo giapponesi armati di macchina fotografica, per fotografare cosa poi. C’è odore di morte là dentro, c’è ancora il colore e il rumore violento della battaglia. Ci vuole rispetto.
Treno a Santa Clara. Immagine presa da qui


Poi ricordo mio padre. L’unica volta in cui mi diede un consiglio per la mia vita lo fece dicendomi: “ Questo treno potrebbe non passare più. Se per te è quello giusto, prendilo al volo e vedi dove ti porta, non chiedertelo prima, che rischi di perderlo.” E questo è ciò che mi dico ogni volta che mi trovo davanti a una scelta. Poi decido che, comunque sia, il viaggio vale sempre la pena.

I treni di oggi vanno veloci. I paesaggi li vedi sfrecciare via dal finestrino, macchie confuse di colore dove non distingui il cielo dal mare a volte, arcobaleni sfocati come se un bimbo dispettoso ci avesse messo sopra le dita pasticciandoci un po’. Nel silenzio ovattato di vagoni che odorano sempre di sigaretta, anche se non si può fumare, le persone neppure si guardano. Quasi tutti col loro netbook, IPad, tablet, IPhone a conversare con un mondo lontano mentre magari il mondo vicino, che è lì, sul sedile accanto, ne avrebbe di cose da raccontare, scambi di storie e di emozioni irripetibili, un’occasione unica di arricchimento che si perde, per sempre. A volte dimentichiamo che la vita è fatta anche di questo, cogliere al volo momenti leggeri e lasciar fuori le pene e gli affanni di ogni giorno, quelli che rendono indelebile il solco profondo che abbiamo sulla fronte, sopra il naso. Su un treno si potrebbe, se andasse più piano, se ci concedesse più tempo, quello di una volta. O forse siamo noi che dobbiamo concedercelo questo tempo.

Ho letto da poco un romanzo bellissimo, dove il succo alla fine è questo. La vita che ci sottrae ogni giorno un po’ del nostro sentire più lieve, appesantendolo con la quotidianità ostile, anche crudele, dolorosa, può essere ricondotta ad una più vera e terrena umanità se ci riappropriamo dei discorsi sussurrati e leggeri, come quelli dei treni. Il romanzo è Lo splendore dei discorsi e l’autore è GiuseppeAloe. L’editore illuminato è Giulio Perrone Editore e io li ringrazio.

Sed