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28Basement a Roma - 12 ottobre 2013 |
Qualche settimana fa sono stata
invitata a un particolare reading. Si è trattato di uno di quei momenti belli
in cui gli scrittori si mettono in gioco e condividono le esperienze, per
supportarsi, per aiutarsi, per correre un rischio. Gli organizzatori erano “quelli”
di Soliloquiamente (che hanno creatività da vendere) e l’occasione era quella
di festeggiare, assieme a scrittori e lettori, il premio letterario vinto da “Selvaggia,
i chiaroscuri di personalità” (Giovanni Garufi Bozza). Sette autori si sono
alternati, in una sorta di staffetta a tempo, a leggere brani editi o inediti e
si sono sottoposti al giudizio del pubblico e della giuria (di cui facevo
parte). In palio c’erano interviste, recensioni, creazione di un audio book e
altre cose interessanti. Insomma, iniziativa lodevole e ripetibile, visto anche
il successo di pubblico.
Come madrina della manifestazione
mi sono sentita investita di una grande responsabilità. Giudicare uno scrittore
da scrittrice quale sono non è cosa semplice, ma per fortuna non ero da sola. Sono
rimasta colpita dai racconti di due autori: Lucio Freni e Matteo Deraco.
Entrambi, a mio avviso, avevano una caratteristica in comune: l’immediatezza.
Mi direte: “Ma se a un racconto manca l’immediatezza che racconto è?”. Certo,
ma chi mi conosce sa bene che io non mi soffermo semplicemente sulla storia
(che deve essere accattivante, coerente, pregnante), perché per me una storia
senza un linguaggio appropriato è come un corpo senza pelle, uno scheletro
insomma.
Lucio Freni ci ha fatti entrare
in un bar e ci ha fatto incontrare uno strano omino impiccione e saccente. “La bocca chiusa pare una ferita rimarginata
male; un taglio sulla testa di un pupazzo di cartapesta.” [cit.]. In un
dialogo surreale il protagonista e l’omino affrontano il tema della scrittura,
della passione che anima lo scrittore e dell’ansia di emergere. “L’inchiostro è il sangue dello scrittore e
ogni pagina ne è inzuppata.” [cit]. Uno scrittore deluso incontra sempre la
propria anima a un certo punto del proprio percorso, e questo in genere avviene
quando comincia a domandarsi se ne vale la pena, se è il caso di continuare a
scrivere, se una stroncatura può davvero farlo desistere dal suo “bisogno” di
comunicare scrivendo. L’argomento trattato è come un luogo già visitato, nel
senso che ognuno di noi, almeno una volta nella sua carriera di scrittore, ha
incontrato lo strano omino del bar. Ma Lucio Freni ce lo racconta come un
thriller. Ci pennella la scena con tinte chiaroscuro, che pare di entrare sul
set di un film in bianco e nero. Poi, piano piano, arriva il colore. Ecco,
definirei il suo un linguaggio cinematografico, efficace e, appunto, immediato.
Matteo Deraco invece ci ha
portati in esplorazione dell’anima. Esagerata! Direte. Il suo racconto “War was
over” già dal titolo lascia intendere che una guerra c’è stata e che, per
fortuna, è passata. Ogni giorno combattiamo battaglie, con noi stessi, col
mondo che ci circonda, e proviamo a vincerle, ma non sempre è possibile
altrimenti tutti gli altri, che fanno esattamente lo stesso, sarebbero
eternamente perdenti. La realtà è che le
battaglie bisogna superarle, anche con le ossa rotte. Matteo ci ha raccontato
questo passaggio nella consapevolezza
attraverso un racconto snello, una sorta di panoramica dialogica tra un
passato reale e un futuro possibile con uno sguardo attento a un presente in
divenire. “Che hai voluto dire?” vi domanderete. “L’amore va, sopra tutto e tutti, ed io non ce l’ho più.” [cit.] Il
protagonista fa questa riflessione ricordando una storia ormai finita, mentre
ne sta vivendo una nuova e felice. Il presente è raccontato con un dialogo
fitto, diretto, è il cuore del racconto tutto raccolto nei minuti che precedono
la cena della vigilia di Natale. È il momento in cui la storia si apre. Poi la proiezione.“Ma tutto era ciclico e tutte le occasioni sarebbero ritornate, per
essere vissute semplicemente in maniera diversa.” [cit.] Ecco qui il
passaggio. Passato, presente, futuro. Con questi escamotage linguistici Matteo
ci trasporta in un’altalena emozionale che non sarebbe stata altrettanto
efficace se avesse utilizzato la narrazione enfatica o esclusivamente filmica. È un flash back, un flash e un flash
forward. La scena di un film. Linguaggio immediato, appunto.
Questa iniziativa si ripeterà.
Altri autori si “scontreranno” su un palco in una corrida letteraria,
mettendosi a nudo perché, per uno scrittore, non è così semplice leggere ciò
che ha scritto a un pubblico di lettori. Si sa, la lettura è un’esperienza
individuale. Ma è bello scovare le emozioni di chi scrive così, in diretta,
come se la storia si stesse scrivendo in quel momento, davanti ai nostri occhi.
Un applauso agli organizzatori di questo contest che il 9 novembre replicherà a
Roma, presso il locale SottoSopra (qui le indicazioni). Non mancate.
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